Il Beatrix fece vela per il Vero Oceano, diretto ad un lontano porto esotico dove imbarcare un prezioso carico di spezie tropicali.

Non ne capivo molto di quelle cose da uomini; il mio lavoro era di dare la caccia ai topi, ammesso che ce ne fossero, e quello feci per gran parte del viaggio.

Appunto, fino a che non ne incontrai uno.

Anzi: era una famigliola al completo, sfuggita alle persecuzioni delle grandi città umane e in cerca di una terra felice dove poter finalmente vivere in pace e serenità.

Il lavoro è lavoro, mi dissi, e mi applicai con serietà e determinazione nell’impresa di bonificare la nave dagli intrusi.

Fallii un paio di tentativi, invero assai maldestri, ma la notte della terza luna piena dall’inizio del viaggio misi Hank, come disse di chiamarsi, all’angolo proprio davanti alla porta della cambusa.

-          Ci sei, amico! - dissi, non senza un certo orgoglio.

-          Pare…-  borbottò guardandosi intorno.

-          Non è una faccenda personale, sai, mi pagano: è un lavoro. -

-          Non ne dubito. Per me è la vita. -

Aveva l’aria di chi ne ha viste tante e non sembrava affatto spaventato: qualcosa mi impedì di farla finita subito.

-          Mi chiamo Icabot Fletcher, sono il gatto di bordo e dovrei ucciderti. -

-          Hank, dei Sotto-La-Piazza-Col-Cavallo, porto la famiglia in salvo…se ci riesco…su qualche isola dei mari caldi. -

-          In salvo? Da cosa? -

-          Trappole, bocconi avvelenati e giganteschi ratti neri, tutt’altro che amichevoli, sebbene parenti. -

-          Quindi intendi abbandonare la nave non appena raggiungeremo un porto? -

-          Questa era l’idea, in effetti. -

Mi diedi una grattatina dietro l’orecchio: non me la sentivo di ammazzare un disgraziato che aveva affrontato tanto rischio per salvar la pelle sua e dei suoi, non mi sembrava un’azione degna di un Fletcher.

Le sardine, poi, sono decisamente più saporite e meno problematiche.

C’era la faccenda del lavoro, ma era una questione umana, voglio dire: non così importante.

Non quanto una vita, anzi cinque, essendo il buon Hank in compagnia della moglie e di tre cuccioli.

-          Senti, Hank… -   cercai di vincere l’immaginabile imbarazzo  - Se mi prometti che ti squagli al primo porto, tu e i tuoi, io potrei far finta di non averti mai visto… -

-          Davvero? -

-          C’è una banda di scarafaggi giù di sotto, uno mi ha già morso la coda e non sono affatto simpatici: ne scaravento due o tre fuori bordo, mi faccio vedere a rincorrerne un altro paio nella sala mensa e vedrai che gli uomini non sospetteranno mai nulla. -

-          Salverai cinque vite, Icabot Fletcher, e sarai ricordato per sempre per questo. -

-          Sì…sì, grazie, ma senza fare troppa pubblicità, per favore, o non  troverò più un imbarco! -

-          Ma non ne avrai bisogno… -   sorrise e mi strizzò l’occhio.

Sgattaiolò… cioè, si voltò e sparì in una fessura fra due travi del ponte, e di lui non seppi davvero più nulla.

Solo molti anni dopo, quando ormai ero vecchio e felice sulla mia isola, fu trovata sulla spiaggia una bottiglia di vetro con dentro un messaggio indirizzato all’Illustrissimo Signor Icabot Fletcher “Cinque Vite”: era uno dei figli di Hank che mi ringraziava.

Avevano raggiunto la loro isola e la famiglia era diventata davvero numerosa.

Il dubbio me lo portai fino nel Paradiso dei Gatti: avevo fatto un favore a qualcuno o un dispetto a qualcun altro?

Ma ai tempi del Beatrix e del mio fantastico viaggio tutto ciò non aveva la benché minima importanza.

Contava solo il fatto che anch’io cercavo la mia isola, quella di cui mi aveva parlato nonno Mathusalem, e l’avrei trovata, a costo di navigare per tutti i mari del mondo!

 

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