Gli scarafaggi sono neri, fanno schifo, mi hanno morso la coda e non mi sono affatto simpatici.

Però, buttarne uno fuori bordo mentre navighiamo a mille miglia dalla terra più vicina, non mi pareva una bella cosa.

Ero lì che ci pensavo su, e intanto me lo passavo da una zampa all'altra, tanto per far vedere che facevo qualcosa, quando la voce di un uomo, alle mie spalle, decise per me:

- Ehi, gatto! E' così che ti guadagni la cena? Smettila di giocare e pensa a dare la caccia ai topi! -

Schiacciò lo scarafaggio senza alcun rimorso, pestandolo con lo stivale.

Nel farlo mi spezzò un unghia, ma non fu questo a farmi male.

Mi ferì il senso di vuoto che mi lasciò nel cuore la mia illusione infranta, quella di poter decidere del destino di qualcuno: un dio più potente mi aveva appena dato dimostrazione della realtà.

Con la famigliola di topi ero già d'accordo, meglio tenersene alla larga prima che qualcuno la scoprisse, così mi imboscai sulla coffa del trinchetto, dove non saliva mai nessuno, e con un sospiro mi dedicai ai miei sogni.

Stavo per chiudere gli occhi, cullato dal rollio della nave, quando vidi la terra.

Un'imponente scogliera, contro cui si frangevano le onde, e, poco oltre, una spiaggia candida con scogli e una distesa sconfinata di alghe galleggianti che sfioravano la nave e la riva.

'Che ironia!' mi sorpresi a pensare, mentre un vago pizzicore al naso mi causava una trascurabile lacrimazione, 'Non avessi avuto tanti scrupoli a giustiziare l'insetto, forse sarebbe ancora vivo!'

E mi ferì ancora il vuoto, questa volta del dubbio, e invidiai l'uomo che, senza alcuna esitazione, e certamente senza rimorso, aveva agito in vece mia.

La terra scomparve rapidamente di poppa, nascosta prima dalle vele e poi dall'orizzonte, e anche la memoria, pian piano, stemperò il rimorso con il sogno.

Passò, sebbene, per un paio di giorni, proprio mi fu impossibile avvicinarmi alla mensa.

 

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