Il mare tirava la nave di qua, il vento la spingeva di là, i tuoni la facevano tremare tutta e i lampi disegnavano ombre terrificanti. 
I fulmini, per fortuna, picchiavano da un’altra parte… La paura svanì e mi prese una curiosa eccitazione: non avevo mai visto una tempesta da vicino, figuriamoci da dentro! 
Piantando saldamente le unghie nel legno della cabina, mi avvicinai ad un oblò e diedi un’occhiata fuori. Acqua. 
In quasi tutte le sue forme possibili, vapori di nuvole, ghiaccio di grandine, polvere di spuma, fiumi di pioggia, ma acqua e ancora acqua. 
A dire il vero, di tanto in tanto, qualcosa, che fosse un branzino o un polpo, un’acciuga o un’aragosta, veniva trascinata dalla furia del mare e sbattuta contro il vetro dell’oblò, ma per quanto bizzarra e sconosciuta fosse, non era nulla paragonato al mistero che si celava nel buio delle più profonde spire della tempesta. Pesci abissali con l’unico occhio fosforescente, meduse grandi quanto il Beatrix, balene carnivore e vermi velenosi con le piume blu, niente era tanto spaventevole quanto quel buco di nero assoluto che ora avevo davanti agli occhi e che doveva essere proprio il cuore della tempesta: il gelido, misterioso, mortale cuore nero della tempesta, e si stava avvicinando. Mi aggrappai al bordo di ottone dell’oblò e rimasi a fissare il mostro incapace di qualsiasi pensiero. La bestia sfilò veloce a pochi metri dalla fiancata della nave, mostrando con superiore incuranza la sua incredibile potenza. 
Il lunghissimo corpo era coperto da scaglie più nere della notte, dai lucidi riflessi metallici, ed era attraversato da un perenne fulmine blu, una rete di luce tenue, crepitante, che non illuminava, dall’aspetto gelido e letale. Deglutii più volte, nel tentativo di rimettere a posto il mio cuore che pareva aver deciso di voler fuggir via, e credetti di morire quando vidi il mostro aprire il suo occhio luminoso e fissare la nave. 
- Ehilà, della nave! – 

- Ehilà! –   sentii rispondere nel vento il Capitano. 

- Bella giornata per fumare la pipa! –       la tempesta infuriava meglio che poteva, ma non riusciva a coprire le voci

 - Dove te ne vai di bello, Capitano Nemo? –

 - Oh, pensavo di fare una visita al Re di Atlantide … - 

- Pifferi! Scommetto che gli porti il solito regalo! – 

- Ah! Questa volta ho per lui la gemma più grande della Terra! – 

- La gemma più grande la custodisce lui ! – 

- Eh…lo so! Sono anni che la chiedo in sposa! – 

- Senti Capitano, ti va di farmi una cortesia, già che sei qui ? – 

- Volentieri! Qualunque cosa per un vecchio amico! – 

- Portaci fuori da questa tempesta allora, sono stufo di fumare tabacco bagnato! –     Vidi calare una cima e qualcuno, o qualcosa, legarla ad una sporgenza sul fianco del mostro, che evidentemente non era un mostro, poi la vidi tendersi e sentii uno strattone. 
Quello che si chiamava Nemo se ne stava dritto in piedi in mezzo all’oceano come se niente fosse e, al suo fianco, l’ombra riflessa del Capitano, anche lui ritto come un baccalà, incurante del vento e della pioggia, e insieme continuarono a sparar fanfaronate e sberleffi al dio del mare, e a tutti gli altri, senza che nessuno, almeno così mi parve, osasse intervenire. In men che non si dica eravamo nuovamente in acque calme, sotto il cielo ancora nero, ma quieto, 

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